Il potere di polizia e il rischio degli abusi

Il potere di polizia e il rischio degli abusi. Il commento del Garante Anastasìa all’inchiesta sulla Caserma dei Carabinieri di Piacenza pubblicato su Il Manifesto del 23 luglio.

Gli stomaci duri possono ascoltare online l’audio di una intercettazione dei carabinieri indagati a Piacenza per traffico di sostanze stupefacenti, tortura, estorsione e chissà che altro. Ma per avere una immagine della gravità dei fatti, basta guardare quel portone, in via Caccialupo 2, e i sigilli apposti dai confratelli della Finanza. Una intera Caserma dell’Arma posta sotto sequestro in via cautelativa, affinché possano essere svolti dagli inquirenti tutti gli accertamenti necessari su episodi che sembra vedano coinvolti dieci degli undici militari che vi prestavano servizio.

Sarà il processo a convalidare o meno l’ipotesi accusatoria della Procura della Repubblica, ma è importante la reazione dei vertici politici e militari, della Difesa e dell’Arma dei Carabinieri: l’immediata sospensione dal servizio e l’avvio di una indagine interna sull’accaduto. I 110mila carabinieri in servizio “uomini e donne che ogni giorno lavorano con altissimo senso delle istituzioni”, come dice il Ministro Guerini, non possono essere identificati con i dieci militari sottoposti a misure cautelari per “episodi inauditi e inqualificabili”, “fatti inaccettabili che rischiano di infangare l’immagine dell’Arma”. Bene. Come importanti sono state, nel corso del tempo, le prese di posizione dei vertici della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri su alcune ferite ancora aperte della nostra storia, dalla repressione violenta del movimento altermondialista a Genova, di cui ricorre proprio in questi giorni l’anniversario, al depistaggio delle indagini sulla morte di Stefano Cucchi a seguito delle violenze subite in un’altra caserma dei Carabinieri, a Roma, a metà di questo ventennio horribilis per le forze di polizia italiane.

Ciò detto, di fronte a questi fatti è veramente possibile sfuggire alla alternativa tra la generale criminalizzazione delle forze di polizia e il giustificazionismo della singola o delle poche mele marce nel cesto sano? Non facile, ma necessario. A una condizione: che si guardi in faccia e si chiami con il suo nome il potere di polizia. Potere anfibio che, in nome della legalità, vive ai confini di essa e ne determina in gran parte dei casi il significato concreto. È il potere di polizia che – in prima battuta – definisce ciò che è legale e ciò che legale non è, e con ciò discrimina condotte e azioni, indirizzando alcune di esse (e i suoi autori) sui binari dell’accertamento penale e lasciando altre (e relativi interpreti) libere di manifestarsi. E questo potere di polizia non è (solo) centrale, né (tutto) accentrabile, ma vive nella pratica e nell’esercizio discrezionale dei suoi titolari, sparsi sul territorio quanto la “pubblica sicurezza” richiede. Non si tratta, quindi, di criminalizzare genericamente l’Arma oggi, la Polizia domani o la Penitenziaria dopodomani, né di ridurre tutto alla casistica delle mele marce, ma di riconoscere il rischio dell’abuso nell’esercizio di un potere enorme e diffuso. Per questo serve l’accertamento della verità in ogni singolo caso, nel rispetto dei diritti e delle garanzie di ogni singolo accusato, ma serve anche un’attenzione vigile e costante, capace di prevenire gli abusi e di impedire acquiescenze o, peggio, giustificazioni. Un’attenzione necessaria da parte dei vertici delle forze di polizia e di ogni singolo appartenente a esse, della magistratura e dei garanti delle persone private della libertà, dell’opinione pubblica e di forze politiche finalmente libere da quel complesso di inferiorità nei confronti delle polizie più volte denunciato da un osservatore attento come Luigi Manconi.