Nel momento in cui ciascun individuo è privato della libertà personale non può, allo stesso modo, essere privato della dignità.

La dignità per un detenuto significa avere una buona sanità, una buona formazione, ma significa anche avere un istituto che non sia sovraffollato, dei pasti decorosi, condizioni igienico-sanitarie non precarie e non essere sottoposti ad umiliazioni. Uno dei problemi più sentiti da chi è privato della libertà è la difficoltà dei famigliari ad effettuare i colloqui a causa dei trasferimenti in carceri lontani dal luogo di residenza.

Il detenuto inoltre è limitato della possibilità di manifestare pienamente i propri sentimenti mancando spesso luoghi adeguati all’incontro con i figli minori e allo scambio di naturali relazioni umane. Uno degli aspetti particolarmente delicati in carcere è infatti rappresentato dalla totale assenza di riservatezza e dalla necessità di poter coltivare gli affetti con le persone più care.  

Tale condizione pesa anche in misura maggiore sul cittadino straniero la cui possibilità di far valere diritti resta ancora strettamente vincolata alla presenza o meno di documentazione di vari tipo nonché a difficoltà di natura burocratica.

La natura “ibrida” e ambigua dei Centri di identificazione ed espulsione (C.I.E.) è incentrata, prima che su di un impianto normativo inefficiente e lacunoso che lascia ampi margini alla discrezionalità, sulla terminologia ufficiale usata per definire le persone trattenute.  I cittadini stranieri sono infatti dichiarati “ospiti” dei centri, ma di fatto sono detenuti sulla base di un provvedimento amministrativo.

La chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari (O.P.G.) e l’apertura delle Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza sanitaria (R.E.M.S.) è certamente un passo avanti nella tutela della dignità delle persone sottoposte a misure di sicurezza di natura sanitaria. Occorre vigilare affinché il processo culturale iniziato prosegua secondo spirito della legge. 

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